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FITOTERAPIA MODERNA
Nuove medicine che ritornano
"Una pianta con il mio nome salverà il mondo", MARIA
Autore: Nicoletta Frattini

Un po' di storia

La conoscenza della Canapa è antichissima: questa pianta veniva infatti impiegata già nei tempi preistorici nella fabbricazione di corde e tele. Altrettanto antica è la conoscenza dei suoi effetti psicoattivi e farmacologici. Non c’è da stupirsi se troviamo antiche testimonianze di un suo uso medico e religioso insieme: nei tempi antichi, si sa, la religione e la medicina spesso si accompagnavano e si supportavano.

Le prime testimonianze dell’impiego della Canapa durante le cerimonie religiose risalgono alla Cina del XV secolo a.C., quando veniva usata in svariate pratiche sciamaniche e buddiste. Altre testimonianze rilevano successivamente che anche in India la Cannabis era destinata ad un uso spirituale/religioso e proprio per questo aveva ottenuto senza problemi l’appellativo di pianta sacra. Intorno al 1000 a.C. la Canapa veniva fumata per alleviare le fatiche. La Canapa è spesso citata nei testi della medicina Ayurvedica come rimedio.

In Occidente l’uso medico, e tanto meno religioso, era poco noto. In epoca greco-romana la pianta era pressoché sconosciuta, ma anche successivamente si preferivano altri rimedi, primo fra tutti il ben più pericoloso oppio.

Anche durante il Medioevo la Canapa non è presente negli erbari tradizionali. Solo Ildegarda de Binghen, famosa conoscitrice della farmacologia medievale, attribuisce alla Canapa la proprietà di provocare il buonumore.

Nel ’600 finalmente la pianta fa la sua comparsa nel The Anatomy of Melancholy (1621) di Robert Burton che la consigliava per il trattamento della depressione e più tardi, nel ’700, la Canapa è citata nel New English Dispensatory (1764).

In epoca moderna le ricerche scientifiche cominciarono a partire dall'800: fatale è la spedizione di Napoleone in Egitto. Così i primi medici si impegnarono a studiare gli effetti e le proprietà di questa piantina esotica.

Tra questi pionieri è buona cosa ricordare B.O. Shaughnessy, che intorno al 1840 arrivava incredibilmente alla conclusione che la Cannabis è un farmaco anticonvulsivo molto efficace, e il famoso J.J. Moreau de Tours autore de L’hashish e l’alienazione mentale.

In Italia nel frattempo alcuni medici milanesi incominciarono le loro ricerche sulla Cannabis: Giovanni Polli, Andrea Verga e Cesare Lombroso sperimentarono loro stessi le dosi per curare alcune malattie. Carlo Erba, nella sua farmacia di Brera fu capace di estrarre dalla pianta il principio attivo e fu il primo a commercializzarlo esattamente nel 1849.

Da quel tempo fino agli inizi del Novecento la Canapa veniva a questo punto abitualmente utilizzata come analgesico, antispasmodico e antidepressivo. Ma questo eccellente uso medico della Cannabis pianta era destinato ad andare perduto per il semplice motivo che le case farmaceutiche stavano studiando analgesici sintetici. Un esempio, oserei dire attuale, è questo: nel 1898 fu la Bayer a mettere sul mercato due analgesici di sintesi destinati ad entrare nella storia dell’umanità. Si trattava dell’aspirina e dell’eroina, la prima derivata dall’acido acetilsalicilico la seconda da una manipolazione della morfina. L’eroina venne considerata quasi come un farmaco da banco, ma nel 1902 si scoprì che procurava assuefazione ed era estremamente pericolosa. Soltanto nel 1920 fu vietata, prima negli USA ed in seguito negli altri Paesi.

Per quanto riguarda la Canapa, il XX secolo vide il nascere del Proibizionismo e, tra alti a bassi, la pianta fu in definitiva resa illegale nella maggior parte dei Paesi del mondo e considerata, al pari dell’eroina, come una droga pericolosissima: questo perché veniva apprezzata non più solo per i suoi effetti terapeutici ma anche per i suoi effetti psicoattivi, inebrianti e ricreativi.

Così, dal secolo scorso, la Canapa non viene più utilizzata, perché illegale, nemmeno come rimedio e vennero così dimenticati tutti i preziosi effetti benefici fino ad allora conosciuti ed utilizzati.

La Marijuana non è stata dimenticata

Vista la sua storia, non è difficile pensare che poter tornare a parlare dell’uso medico della Cannabis risulta alquanto difficile: si tratta di una droga pericolosa e illegale e, in quanto tale, va combattuta, non certo studiata! Questa la retorica degli ultimi anni. Ma le sue qualità non sono mai state dimenticate e ormai già da un po’ di tempo molte persone in Europa, negli Stati Uniti, in Canada ed in altre parti del mondo la usano in virtù dei suoi effetti terapeutici.

Stiamo assistendo ad un ritorno di interesse del mondo scientifico nei confronti della Cannabis. Nel 1988 alcuni ricercatori del National Institute of Health of Bethesda, USA, scoprirono la presenza nel corpo umano di un recettore capace di legarsi al THC, il principio attivo della Cannabis, e nel 1992 Raphael Mechoulam scoprì che le nostre cellule cerebrali sono in grado di produrre una sostanza chimicamente diversa dal THC, ma dagli effetti sorprendentemente simili, l’arachidonil-etanolamide, che lo scienziato battezzò anandamide, dal sanscrito “ananda”, beatitudine.

Dopo tali scoperte la ricerca in quest’ambito ha avuto un notevole impulso, e ciò sta aprendo, da un punto di vista terapeutico, scenari estremamente interessanti. Di conseguenza è stato scoperto che il THC si è dimostrato efficace nei casi di nausea e vomito derivanti da chemioterapia in pazienti affetti da patologie tumorali. Inoltre il THC, “ripulito” dal suo specifico effetto psicoattivo, ha dimostrato promettenti proprietà antiemetiche nei bambini ammalati di leucemia.

Il trattamento sintomatico dei disturbi correlati all’AIDS rappresenta un altro promettente campo d’impiego: infatti l’efficacia nella stimolazione dell’appetito dimostrato dal THC sintetizzato in laboratorio ha convinto la esigente e severa Food and Drug Administration americana a registrare il farmaco per questo utilizzo. Il meccanismo d’azione sarebbe legato alla capacità di inibire la produzione di alcune sostanze, quali il fattore alfa di necrosi cellulare, che verosimilmente contribuiscono allo sviluppo della “sindrome da deperimento” tipica appunto nei malati di AIDS.

Questa importante caratteristica, unita con le proprietà antiemetiche sopra descritte e con i già ben noti effetti ansiolitici, ipnoinduttori e antidepressivi, conferiscono a questo principio attivo un profilo assolutamente prezioso e originale tanto da indurre fonti autorevoli come la British Medical Association a raccomandarne pressantemente l’impiego per studi futuri.

Negi ultimi tempi l’attenzione della ricerca scientifica si è concentrata sulle proprietà neuroprotettive dei cannabinoidi. Si è dimostrato che essi sono in grado di neutralizzare le sostanze ossidanti nocive che si sviluppano, a livello cerebrale, in corso di trauma cranico o ictus. Futuri campi di impiego saranno le patologie neurodegenerative, tra cui il morbo di Alzheimer, il morbo di Parkinson o la corea di Huntington.

Come abbiamo già detto, fin dai tempi antichi la Medicina orientale utilizzava la Cannabis come analgesico ed antinfiammatorio. Oggi anche in questo ambito terapeutico l’attenzione della ricerca scientifica è primario. Il dato è di interesse rilevante, se si considerano i gravi effetti collaterali della maggior parte dei farmaci analgesici attualmente disponibili e la loro inefficacia in alcune forme di dolore come la diffusissima emicrania.

L’efficacia terapeutica nel trattamento sintomatico della spasticità muscolare è testimoniato da molteplici esperienze dirette: malati di sclerosi multipla, Morbo di Parkinson, pazienti con patologie del midollo spinale, concordano nel riferire, dopo l’assunzione di preparati derivati dalla Cannabis, una riduzione dei sintomi correlati alla spasticità.

Nei malati di glaucoma, una malattia caratterizzata da un aumento della pressione intraoculare che può portare alla cecità, ci sono numerose evidenze che il THC possa ridurre tale pressione intraoculare.

Malati di epilessia testimoniano le proprietà anticonvulsivanti dei derivati dei cannabinoidi: in particolare si evidenziano il ridursi delle crisi ed una conseguente riduzione dell’uso dei farmaci specifici per tali crisi.

Per restare in Italia, notizia del recente agosto, all’ospedale La Colletta di Arenzano in provincia di Genova, il professor Gerolamo Bianchi, direttore dell’unità di reumatologia, è convinto che il THC sia efficace per curare l’artrite reumatoide a causa del suo effetto analgesico e miorilassante: infatti, sostiene il professore, oltre ad alleviare i dolori è in grado di diminuire la rigidità del tono muscolare.

Insomma, non c’è che dire: la Marijuana come strumento terapeutico è in ascesa e forse è davvero giunta l’ora per i numerosi Governi che ancora la proibiscono di cominciare a valutare l’ipotesi di vedere nella Cannabis una pianta dagli effetti meravigliosi e di svestirla finalmente dei panni del demonio.








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