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ESPERIENZE
L’esperienza del dolore serve a rassodare la cellulite della mente
Il momento del “distacco” nelle relazioni d’amore
Autore: Maria Cristina Garofalo

L’incontro di due individualità nella relazione amorosa, fin dalle prime entusiastiche fasi, è un legame che porterà – inevitabilmente ed esponenzialmente – il più emotivo dei due alla dipendenza, il più lucido all’assuefazione. In modo inversamente proporzionale, più l’uno s’avvicinerà, più l’altro scapperà dal rapporto che, pure, aveva determinato. Ciò che sembrava equilibrio e spazio condiviso diventa gabbia per entrambi; la presunta sintonia si fa tarlo che corrode la mente, deteriora il pensiero fino ad inglobarne il centro.

Quando arriva la rottura, e il legame si spezza, il “noi” è condannato a morte, e per quello dei due che riceve l’unica reazione violenta è la distruzione feroce e totale del passato, l’azzeramento della memoria, la rivincita dell’assolutezza e centralità del proprio Io.

In questa fase il dolore può annebbiare l’oggettività: la realtà è che chi subisce l’abbandono è solo la causa agente – il capro espiatorio – di personalità in cui il kantiano “Imperativo Categorico” ed il freudiano “Super Io” sono gestori incontrollabili e totali del principio di realtà e della personalità.

Quando il “noi” si risuddivide bruscamente nella coppia oppositoria e acrimoniosa del “tu” ed “io”, che non è più riconoscimento di due realtà relazionate, si avverte lo smisurato danno che ha provocato avere posto quel “noi” in posizione dominante. Quando i veli si squarciano, si squarciano sempre malamente. Non gli basta rivelare ciò che nascondevano (la “realtà”?), lo fanno in modo violento e inaspettato, come una ventata che buca un impettito striscione che vanamente gli oppone resistenza.

La mente cosciente è bravissima a giocare a rimpiattino con il Reale, a costruirselo autoreplicante, come un'immagine speculare delle proprie aspettative. Nel legame di coppia, lo anima in modo così perfetto che ogni eventuale lapsus, o smagliatura, viene accuratamente occultato, per svelarsi quando è troppo tardi, rendendo vero solo il dolore e la disperazione della perdita, del lutto.

I lutti sono di tanti tipi, accumunati dalla difficoltà al distacco e al rilascio di ciò che si credeva alimento della propria esistenza, e che, invece, non ha fatto altro che nutrire ed appesantire a dismisura una mente ed un pensiero sempre più circondati e soffocati dal grasso della dipendenza, ottenebrati dalla richiesta di apporto calorico che ne sostenesse stabilità e permanenza.

È un circolo chiuso.

Sciogliere la màlia, diventa inevitabile tributo di sofferenza, ad una mente che reclama attività. Si dovrà riammettere la costante variabile dell'Impermanenza, accettando il dolore forte e acuto dell'abbandono, del distacco, come Maestro di strada. Il training è faticosissimo, lungo, pieno di cadute, di sovrallenamenti. Si sbaglierà ancora e ancora. Ma mai come quando c'è dolore, ed i veli sono squarciati, la mente è così disposta a lavorare, a mostrare il cammino da percorrere per uscire da un anonimato indifferenziato, falso e rassicurante.

Abbandono e rifiuto, portano ad un inevitabile senso di colpa, l’interrogativo sterile e ridondante del «Dove ho sbagliato?», l’infinita moviola degli anni condivisi, in una recherche che va indirizzata altrove... Aumenta lo spavento, che si assomma al dolore della perdita, e nasce una domanda «Ma che cosa ho perduto?». L'illusoria ed umana credenza dell'immutabilità, delle certezze del quotidiano?

Quando un legame si spezza, non ci si può cullare in masochistiche autoanalisi, bisogna riattivare la mente, snellirla, rassodarla, insinuare il dubbio che il problema del principio di realtà e il riconoscimento/accettazione dell’altro da sè sono in chi fugge.

Lavorando costantemente, seguendo la propria antica strada, senza più la paura degli esami da superare per essere conforme alle aspettative del partner, si intravvede e si ritrova la libertà del movimento e della riflessione.

Ritorna la felicità della corsa su un sentiero infinito, col Cielo sopra da guardare, e Terra sotto i piedi da calcare ritmicamente. Più oltre, più oltre... Con il respiro, ora libero, che va dentro e fuori; che ossigena, in un ciclo normale, costante, sempre diverso.

Dal dolore si esce, si supera la transitoria disistima che fa da sponda all’allontanamento. Tutto è ancora lì a portata di mano, da toccare, fare, indagare, osservare con curiosità. Indifferente alla nostra sofferenza, l’Esistenza indica la possibilità di riprendere il proprio infinito e costante processo di liberazione.

Quando, nell’arrampicata in montagna, la mano incontra la roccia, il pianto si placa ed il corpo s'innalza nel gesto abituale. È il respiro che fluisce, svuota e guida verso l'azzurro. È lo stesso che guida il passo del Tai Chi; che unisce agli altri esseri in una sessione di Zazen.








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