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PSICOLOGIA E COMUNICAZIONE
Inquietanti interrogativi dalla cronaca nera
Mamme assassine
Autore: Andrea Bolognesi

                                          MAMME ASSASSINE ?

 

 

La sfida che ci  attende nell’affrontare questo argomento è molto ardua perché si tratta di addentrarsi all’interno dei misteri della psiche e dei comportamenti umani, attraverso uno dei suoi aspetti più inquietanti.

Parliamo  del titolo e diciamo subito che non è certo, come si direbbe oggi, “politically correct” ma , dopo averci pensato a lungo non ho trovato niente di altrettanto attrattivo/repulsivo.

Giornalisticamente è molto efficace e accattivante, per la sensibilità comune può invece essere urtante e respingente; ma è proprio questa ambivalenza, se ben ci pensiamo, che un argomento come questo ci suscita: da una parte attrazione, anche morbosa perché no, perché vorremmo sapere e capire, dall’altra repulsione perché una tale mostruosità ci angoscia al solo pensarla.

Tutti noi, nel nostro intimo, accettiamo meglio l’idea di una donna malata piuttosto che quella di una mamma assassina o anche bugiarda.

Diciamo quindi che il punto interrogativo alla fine del titolo rappresenta per noi un’ancora di salvezza, un appiglio per lenire questa aspettativa angosciosa.

Sta a  me  cercare di farvi capire se quel punto interrogativo finale è legittimo o se al suo posto molto più brutalmente ci poteva essere un punto e che quindi l’eventualità di una mamma assassina rientrasse tout court nell’ambito della normale casistica omicidiaria.

Dirò subito che non ho una verità da mostrare ma in me c’è solo l’intento di fornire qualche indicazione per inquadrare il problema.

Iniziamo con lo sfatare qualche pregiudizio:ad esempio chi pensa che la violenza e gli atti criminosi di tipo omicidiario siano molto rari all’interno del nucleo familiare sbaglia  perché è vero il contrario, il 25% circa del totale degli omicidi  avviene all’interno del nucleo familiare e il figlicidio rappresenta il 17% di questi; chi pensa poi che tali fatti siano più frequenti oggi di un tempo sbaglia di nuovo perché sono sempre avvenuti forse anche con frequenza maggiore, solo che non se ne era a conoscenza.

 

Qualche notazione Etologica e Antropologica per inserire il fenomeno in una cornice più ampia è, a mio parere, necessaria. Nel mondo animale il figlicidio è , si può dire, la regola e non bisogna scomodare chissà quale specie esotica per rendercene conto,basta osservare il fenomeno del cannibalismo dei cuccioli da parte della cagna quando essa si trovi in una condizione di precarietà o di pericolo o per carenza di cibo oppure i banali pesciolini rossi degli stagni che mangiano le uova o i piccoli nati quando lo spazio vitale e le condizioni di sopravvivenza diventano difficili. Tali comportamenti sono spiegabili nell’ambito della continuazione  della specie e dei meccanismi di selezione ad essa connessi. Ci sono poi specie animali che uccidono i figli per abbandono da parte della madre , in genere si tratta dei figli più deboli o dei secondi nati e ciò sempre per permettere maggiori opportunità per la specie. Questi esempi ci serviranno poi per capire come qualche vaga analogia esista  in realtà tra certi comportamenti dell’animale femmina e della madre che uccide il proprio figlio.

Se affrontiamo poi il problema da un  punto di vista storico e antropologico le sorprese sono ancora maggiori perché ci accorgiamo che un delitto così efferato, crudele e apparentemente incomprensibile, nel corso della storia antica e contemporanea non solo può essere stato tollerato o non condannato ma in alcuni casi addirittura incoraggiato.

Nella civiltà della Roma Antica oltre alla famosa Rupe Tarpa, che tutti ricorderete, da dove si gettavano i neonati deformi,esisteva per il padre di famiglia il cosiddetto “ius vitae ac necis”, letteralmente diritto di vita o di morte per ogni figlio che nasceva:in genere i figli deformi , le femmine o i figli in sovrappiù venivano fatti sopprimere e la madre assisteva passivamente alla decisione del pater familias . Tale prassi era ritenuta normale sia per le famiglie facoltose che per quelle povere e lo stesso filosofo Seneca non se ne meraviglia nei suoi scritti.

Nel tardo Medioevo era praticato il figlicidio in ambienti rurali e nelle famiglie numerose, quando il cibo scarseggiava e indovinate chi veniva soppresso? Le figlie femmine naturalmente!

Parlavo di società contemporanee e di incentivo al figlicidio , ebbene voi saprete che in Cina da ormai trent’anni vige la “legge del figlio unico”, per il controllo delle nascite ed è abituale l’abbandono o la soppressione delle figlie femmine o , comunque, dei figli successivi al primo; viene praticato l’aborto forzato anche dopo il 3° mese di gravidanza ed altre nefandezze simili.Posso purtroppo confermare questa realtà avendo fatto 2 anni fa un viaggio in Cina. Sarebbe interessante capire come mai i Capi di Stato dei paesi occidentali , che si riempiono la bocca con belle parole tipo dignità umana, diritto alla vita, non abbiano battuto ciglio quando si è trattato di far entrare la Cina nel WTO e come mai il Papa anziché fare improbabili crociate contro l’uso del profilattico non ne parli mai. Scusate la parentesi e mi fermo qui perchè tali considerazioni ci porterebbero troppo lontano.

 

Ma entriamo finalmente in argomento e parliamo delle madri che uccidono i propri figli. Perché tale delitto ci ripugna così tanto ? Perché nonostante ciò i mass media ci hanno bombardato lo scorso anno , insistendo ossessivamente nella descrizione di particolari agghiaccianti  di terribili fatti di cronaca, incuranti della legge sulla tutela della privacy ? La risposta è semplice: per vendere di più il “prodotto-dolore”.

Nel nostro sentire comune, nel nostro immaginario il rapporto madre-figlio è visto come il massimo dell’amore possibile, il più lontano in assoluto da una possibilità delittuosa e, allo stesso tempo, quando questo si verifica il nostro interesse, la nostra curiosità è tale che non ci fermiamo neanche di fronte ai più macabri particolari. Vogliamo sapere, vogliamo capire, vogliamo forse così esorcizzare l’angoscia che tali fatti ci suscita e tutto questo i giornalisti lo sanno bene.

Una definizione “tecnico-giuridica” si impone prima di affrontare il problema: nel Codice Penale  italiano non esiste  il reato di figlicidio ma quello di infanticidio che è limitato  alla morte procurata dalla madre per abbandono materiale o morale e circoscritto al periodo durante o immediatamente dopo il parto; in tutti gli altri casi il delitto è assimilato all’omicidio.

 Per avere un’idea dell’entità del fenomeno i dati più aggiornati in mio possesso risalgono a un’indagine ISTAT del ’98, secondo la quale su un totale di 670 omicidi in Italia, 128 erano stati effettuati all’interno della famiglia e di questi 22 erano casi di figlicidio; in genere si trattava di bambini di 3-4 anni, ad  opera di donne coniugate appartenenti a strati sociali più bassi. I dati del 2000 non si discostano significativamente da questi , e si possono considerare per difetto perché molti sfuggono alle statistiche.

 

E’ necessario chiarire subito quanto è stato accertato:( e qui il “nostro”punto interrogativo finale comincia già a vacillare):la maggior parte  e per essere più precisi i 2/3 delle madri che uccidono il proprio figlio non presenta malattie mentali tali da avere rilievo penale ma presenta al massimo disturbi di personalità, che non permettono loro di gestire situazioni di vita difficili, scompensi psichici acuti, alterazioni comportamentali legate ad abuso di sostanze .

Che fine fanno poi queste “mamme assassine”? Possono reiterare il delitto?

E’ possibile un loro recupero? A queste domande è difficile rispondere ma molto dipende dalla presenza o meno di una malattia mentale, dal loro comportamento dopo il delitto, dalle modalità della confessione, dal contesto sociale e familiare in cui si trovano, dalla capacità di introspezione e di accettazione  in relazione all’omicidio.

Il meccanismo prevalente dopo il delitto è la negazione del fatto, che può essere attribuito ad altri o a fatalità. Spesso tale comportamento è assunto dagli stessi familiari che tendono, in genere, a proteggere la madre. Molto più rara , se non eccezionale, è invece la cosiddetta “amnesia dissociativa” di cui tanto si ipotizzò a proposito della Franzoni .

Qualora la donna sia ritenuta colpevole, durante il processo seguirà un periodo di presa di coscienza del fatto e una iniziale elaborazione del lutto. Inutile sottolineare come in queste fasi del dopo delitto il rischio suicidario sia elevatissimo, specialmente in occasioni di ricorrenze come il compleanno del bambino, il Natale, lo stesso anniversario del delitto. Peraltro il rischio suicidario è presente anche dopo la conclusione del processo e la condanna, quando si riaffaccerà il meccanismo difensivo della negazione , non sempre però sufficiente ad arginare l’impatto penoso con la realtà della colpa ormai accertata. Durante la fase del reinserimento sociale intervengono meccanismi psicologici di riparazione , ad esempio facendo un altro figlio . Tale desiderio può essere “sano” qualora la madre lo metta in atto dopo anni, nel contesto di una nuova relazione affettiva stabile. Risulta invece molto più sospetto e rischioso in altri casi perché può nascondere la possibilità di una recidiva e cioè l’uccisione di un altro figlio. Per questo io concordavo con la tesi della Procura di Aosta riguardo alla Franzoni e ho ritenuto azzardata la decisione di lasciarla a casa.

 

Che fine fanno, si diceva: quelle dichiarate incapaci di intendere e di volere verranno accolte in strutture penitenziarie, famosa quella di Castiglione dello Stiviere, dove seguiranno un programma di graduale recupero e riabilitazione fino a un reinserimento nella famiglia e nella società. Le altre avranno la sorte dei condannati per omicidio con, a mio parere, minori possibilità di recupero, salvo nei casi in cui esista una piena consapevolezza del reato e un sincero pentimento.

 

Ma entriamo finalmente nel dettaglio: faremo ora insieme un breve excursus, cercando di enucleare le principali tipologie di “mamme assassine”, esaminando le più frequenti e poi ci soffermeremo su alcune condizioni psicopatologiche piuttosto note come la depressione post-partum e la baby blues syndrome degli anglosassoni. Argomenti un po’ noiosi, trattandosi di dettagli tecnici, ma era pur necessario circoscrivere un problema così vasto, senza peraltro dimenticare che il “versante psichiatrico” da cui io parlo, è solo uno e neanche il più importante degli aspetti di questo problema.

 

Lo scrittore austriaco Arthur Schnitzler descrive in modo straordinariamente evocativo il sentimento e l’atteggiamento di una  madre verso il proprio figlio, forse un attimo prima di compiere l’insano gesto: madre che racchiude in sé e “ci suggerisce” molte delle caratteristiche che vedremo nei singoli gruppi. Sentite con quali  parole:”Ed era suo figlio. Ma non lo amava.Eppure era suo figlio! Ah, dipendeva certo dal fatto che era stanca,troppo stanca pere poter amare una qualsiasi cosa al mondo. E le pareva come se da quella stanchezza senza eguali non si sarebbe  mai potuta risvegliare del tutto.Che ci fai tu al mondo? Chiese nel profondo del suo cuore alla creatura dal viso grinzoso che vagiva sommessamente, mentre allungava la mano destra verso di lui e tentava di tirarlo a sé. Che farai al mondo senza padre e madre, cosa farò io con te ?”

 

Il primo gruppo di madri omicide potremmo definirlo come “madri violente  nel senso di una consuetudine all’abuso fisico dei propri figli con atti sadici, maltrattamenti ripetuti, trascuratezza che ad un certo punto, anche per uno stimolo banale, ad es. il bambino che piange o che urla, possono essere preda di un  impulso di violenza incontrollabile ed uccidere il proprio figlio percuotendolo con un oggetto contundente, accoltellandolo o gettandolo dalla finestra. Si tratta per lo più di giovani madri, di scarsa intelligenza che vivono in situazioni di precarietà sociale ed affettiva, a volte di vera e propria indigenza, presentano disturbi di personalità, aspetti depressivi, eccessiva impulsività e possono avere alle spalle una storia di abuso di sostanze o maltrattamenti e abusi subiti a loro volta nelle loro famiglie di origine. L’abuso di sostanze, in particolare eroina e cocaina, può esercitare una duplice azione nel favorire l’infanticidio: da una parte i sintomi da astinenza o l’uso stesso producono quella disforia, irritabilità e impulsività necessarie al passaggio all’atto omicidiario, dall’altro può slatentizzare dei sintomi psicotici già presenti.

 

Nel secondo gruppo troviamo delle madri che potremmo definire “omissive” nel senso che la morte del figlio può essere  dovuta ad atti omissivi relativi al suo accudimento, ad es. alimentazione inadeguata o non sufficiente, malattie non curate e tutte quelle morti  archiviate come “incidenti” (bambino che cade dalla terrazza, soffoca nella culla, si ustiona) che spesso nascondono atti di negligenza di queste madri. Si tratta di soggetti giovani che non sono in grado per ignoranza, incapacità, insicurezza di affrontare il loro ruolo materno e non riescono ad entrare in sintonia con i bisogni fondamentali e vitali del loro bambino, anzi spesso li vivono come qualcosa di estraneo e di minaccioso per la loro vita. In tal caso possono esprimere anche problematiche psicotiche con angoscia di fusione e di annientamento.

 

Nel terzo gruppo troviamo una categoria di madri cosiddette “vendicative”

recentemente alla ribalta perché per loro è stata ideata una nuova sindrome,

la Sindrome di Medea, dalla protagonista della nota tragedia di Euripide.

Ricorderete che Medea uccide i figli avuti da Giasone fuori dal matrimonio quando lui sta per sposare Glauce e vuole sottrarglieli. Il giudice Creonte le concede di vederli per l’ultima volta e lei li uccide .

Lapidario il dialogo tra i due quando Giasone le chiede: “E così allora li hai uccisi?” E  Medea risponde: “Sì, per farti soffrire.”

L’interpretazione di tale gesto ha a che fare col desiderio di interrompere la discendenza di Giasone ma anche, sul piano psicoanalitico, con quello onnipotente di possesso totale dei figli, estromettendo il padre. Fuori dal mito comunque è frequente nelle cronache leggere di queste madri( ma recentemente più padri) che consumano nell’uccisione del figlio la loro vendetta nei confronti del partner che li ha rifiutati, utilizzando così il figlio come oggetto inanimato , come una vera e propria arma di vendetta.

Spesso c’è un substrato di disturbo di personalità con comportamenti aggressivo-impulsivi e tendenza patologica  ad instaurare relazioni ostili col partner.

 

C’è poi un gruppo forse più lineare e,se vogliamo, banale nella sua dinamica che è quello delle madri che uccidono deliberatamente, in piena lucidità mentale, il proprio figlio perché non desiderato. Sono soggetti che non desideravano la gravidanza e collegano la nascita del figlio a qualche evento per loro traumatico come l’abbandono da parte del partner, violenza sessuale subita, gravi problemi economici e simili. Non è infrequente riscontrare in loro dei tratti di personalità antisociale e comportamenti impulsivi o devianti o abuso di sostanze. Sottolineo che la Chiesa Cattolica inserirebbe di fatto in questo gruppo tutte le madri che praticano l’aborto ma questo è un argomento che lascio alla vostra personale riflessione.

 

Una variante di questa tipologia è rappresentata da quelle madri, per lo più molto giovani, che praticano il vero e proprio infanticidio, così come il

nostro Codice lo descrive, e cioè l’uccisione o l’abbandono del figlio nell’immediatezza del parto.

Le cronache  spesso ci segnalano purtroppo di questi neonati rinvenuti accanto ai cassonetti, per la strada o, nei casi più gravi, gettati nel water come materiale fecale. Il meccanismo psicodinamico alla base di tali gesti è la negazione , cioè queste donne si comportano e vivono come se non fossero incinte, negando istericamente a sé stesse e agli altri il loro stato, tanto che spesso gli stessi familiari non se ne accorgono. Arrivano quindi a partorire da sole, in assoluta clandestinità e si liberano subito di questo materiale estraneo, come si fa appunto col materiale fecale.

Ricorderete il caso di circa 20 giorni fa di quella donna di Ladispoli che ha occultato i due gemelli appena partoriti in una busta di plastica dentro l’armadio, e circa dieci giorni fa ha confessato.

 Sono spesso minorenni o giovanissime sedotte e abbandonate da uomini adulti o prostitute vittime di un “incidente di percorso” nella loro professione; in ogni caso soggetti fortemente immaturi e con tratti regressivi e narcisistici di personalità.

 

Contigua a questa tipologia c’è  quella delle madri che ritengono di essere state deturpate nel proprio corpo dalla gravidanza o ritengono comunque che la nascita del figlio abbia condizionato irreversibilmente la loro esistenza, costringendole a vivere con un uomo che non amano, in un luogo che non sopportano. Si sentono letteralmente “in gabbia” e concentrano tutte le loro frustrazioni sul figlio che diventa capro espiatorio, la fonte di tutti i loro mali che va quindi eliminata.

Si tratta di donne insicure, con tratti impulsivi di personalità e non di rado affette da vere e proprie malattie mentali come Depressione Maggiore o Schizofrenia Paranoidea; in tal caso  il figlio viene percepito come una vera e propria minaccia, un persecutore.

 

C’è poi il gruppo di madri che possiamo inserire in un contesto di violenza plurigenerazionale , cioè vittime a loro volta di violenze, maltrattamenti, umiliazioni da parte delle loro cattive madri e che non sono riuscite per questo a sviluppare una buona identità materna. Il loro conflitto si consuma tra il desiderio cosciente di essere delle buone madri e i loro comportamenti che tenderanno invece a ripetere quelli delle loro cattive madri .

In questi casi il meccanismo psicodinamico sotteso è quello dell’identificazione con l’aggressore che le porterà quindi a ripetere sui propri figli gli stessi errori delle loro madri, fino alle estreme conseguenze dell’omicidio.

Altre volte invece queste stesse madri possono, per un meccanismo di spostamento , uccidere il proprio figlio volendo in realtà uccidere la propria “madre cattiva”. In altre parole introiettano i sentimenti di odio verso la propria madre, sviluppando spesso una reazione depressiva e li spostano gradualmente sul proprio figlio che diventa a sua volta  cattivo e non viene più quindi percepito nella sua realtà ma solo in funzione dei meccanismi psicologici di difesa che la madre mette in atto per gestire la propria angoscia.

 

In un altro gruppo incontriamo quelle madri che con estrema frequenza salgono alla ribalta della cronaca e cioè quelle che desiderano uccidersi e uccidono il figlio. Qui siamo chiaramente in un contesto di Depressione grave, senza speranza, senza possibilità di ricevere aiuto, spesso con una convinzione delirante di indegnità o di colpa e queste donne decidono che l’unica salvezza per loro e per il loro bambino è la morte:si parla in questo caso di suicidio allargato.

Io stesso ho attualmente in cura una paziente con depressione cronica e con diversi TS alle spalle che solo dopo 3 anni mi ha confidato di aver tentato di uccidere i propri figli già grandicelli, soffocandoli col cuscino e di aver desistito solo perché si dimenavano troppo forte e lei non ce l’ha fatta fisicamente a compiere il gesto. Ora è nonna e quando si trova da sola con la nipotina in braccio ha dei terribili impulsi a farle del male. In questi casi il rischio di passaggio all’atto può essere reale.

Nelle forme ossessive invece, quando ad es. c’è una fobia dei coltelli, delle corde, per timore di poterli usare contro il figlio o di affacciarsi alla terrazza per timore di gettarlo di sotto, il rischio che si passi all’atto è praticamente inesistente poiché l’idea ossessiva è di per sé un meccanismo di difesa contro un’angoscia altrimenti devastante e ingabbia il soggetto in una sorta di paralisi del pensiero e della volontà fine a sé stessa e che si autoalimenta.

 

Esiste anche un versante paranoideo persecutorio in cui il mondo appare talmente ostile e negativo che è preferibile uccidersi insieme al figlio perché, sono convinte che non sopravviverebbe senza di loro; oppure possono essere in preda ad allucinazioni uditive con voci imperiose che le ordinano di uccidere il figlio per salvarlo .E così in realtà fanno, uccidendosi insieme o dopo il loro bambino. Si parla in questo caso di suicidio altruistico perché c’è sottesa una fantasia delirante di riunione  salvifica di madre e figlio in un mondo migliore.

 

Una variante di questa tipologia, anch’essa piuttosto nota alle cronache, è quella delle omicide compassionevoli, di quelle mamme cioè che uccidono i loro figli perché gravemente malati o portatori di handicap, per non vederli più soffrire. Tale forma, per certi aspetti umanamente comprensibile, va nettamente distinta anche sul piano medico-legale, dagli omicidi pseudocompassionevoli  nei quali invece il fine non è il bene del figlio

ma un vantaggio della madre, che si libera così di un peso che non sopporta più.

Diverso è ancora il caso di chi uccide il figlio essendo convinta abbia una malattia o una malformazione che in realtà non ha[questa sembrerebbe,accanto a quella della “sindrome del nido”(sentirsi in

Gabbia in un ambiente familiare troppo ristretto) l’ipotesi più probabile, a mio avviso, per il delitto di Cogne] e allora lo scopo dell’uccisione è quello di salvarlo da presunte sofferenze future.

 

Per finire vorrei inserire una Sindrome curiosa e abbastanza rara che tuttavia è stata oggetto di cronaca circa due anni fa a Lucca: si tratta della Sindrome di Munchhausen per procura , cioè di quelle madri che provocano lesioni o avvelenamenti, ad es. somministrando di nascosto farmaci o sostanze nocive ai propri figli al fine di simulare malattie e ottenere così l’attenzione del medico. Sono difficilissime da individuare poiché appaiono come madri premurosissime, attente alla salute del figlio e continuamente alla ricerca di medici e di cure. Se non scoperte in tempo possono portare alla morte i propri figli per  gravi lesioni .

Anche tale Sindrome ha delle varianti, fortunatamente di minore gravità e sono le cosiddette madri help seekers , che richiedono molto spesso esami clinici per malattie non gravi dei loro figli presunte o da loro stesse provocate.

In realtà nascondono una reale ricerca di aiuto perché si tratta di madri in difficoltà nell’allevare i figli per motivi familiari o sociali. Un buon intervento di sostegno dall’assistente sociale o da strutture sanitarie risolve spesso il problema.

Poi ci sono le madri doctor shopping per procura e cioè quelle madri che continuano a richiedere ossessivamente visite mediche  per un figlio che ha avuto in passato una grave malattia ma poi è guarito. La loro apprensione è tale che riescono spesso a convincere i medici a prescrivere esami,ricoverare

i loro figli e perfino a praticare terapie inutili o dannose, come fanno sistematicamente altre madri che usano la cosiddetta “terapia farmacologia allargata”, somministrando al loro figlio i farmaci che assumono loro stesse e voi capite bene a quali conseguenze questi bambini possano andare incontro.

 

Ora che abbiamo concluso l’excursus delle varie tipologie di mamme assassine possiamo riallacciarci al discorso iniziale, quando parlavamo di disturbi di personalità, disturbi psichiatrici acuti, condizioni socio-economiche sfavorevoli e abuso di droghe e ci rendiamo subito conto che questi sono gli scenari che fanno comunque da sfondo al figlicidio.

Occupiamoci dei disturbi psichiatrici acuti che compaiono dopo il parto e che sono, in ordine di gravità crescente, la cosiddetta baby blues , la depressione post-partum e la psicosi puerperale.

 

Col termine baby blues gli autori anglosassoni indicano quell’insieme di lievi alterazioni dell’umore, che compare nel 70% delle puerpere due o tre giorni dopo il parto, e che probabilmente molte mamme qui presenti ricorderanno di aver vissuto, consistente in ansia, irritabilità immotivata nei confronti del coniuge e del neonato, instabilità d’umore, facilità al pianto, insonnia e inappetenza. C’è poi un senso di inadeguatezza nel prendersi cura del  figlio. In genere l’evoluzione è benigna e dura  2-3 settimane, senza bisogno di cure.

 

Diversa è la Depressione post- partum intanto perché molto meno frequente(colpisce solo una donna su dieci) e poi perché i sintomi, seppure sovrapponibili ai precedenti, sono più intensi e profondi, tanto da configurare una vera e propria Sindrome Depressiva, con necessità di terapia specifica.

L’esordio di questa forma, secondo recenti studi, è già presente durante la gravidanza oppure può far seguito, come aggravamento, al baby blues o comparire improvvisamente da 2 a 4 mesi dopo la nascita del bambino.

Quali sono le cause ? Difficile dirlo perché più che una causa precisa esistono un insieme di fattori concorrenti come i vistosi cambiamenti ormonali che avvengono dopo il parto, le alterazioni dei neurotrasmettitori, gli aspetti psico-emotivi ed in particolare la trasformazione fisica, non sempre gradita, che la donna subisce in gravidanza, la certezza di non essere più una donna libera per i limiti oggettivi che pone il bambino, la crisi di identità e la necessità di ricostruirsi un ruolo di donna-mamma e, non ultime, le alterazioni del ritmo sonno-veglia causate dall’allattamento.

 

In certi casi l’evento del parto può slatentizzare una  vera e propria psicosi puerperale, specialmente in soggetti con un’organizzazione borderline della personalità o in presenza di disturbi psichiatrici precedenti la gravidanza e  può assumere aspetti di gravità con la comparsa di sintomi tipici della Depressione Maggiore come idee di inadeguatezza e di indegnità, delirio di rovina, o tipici del versante schizofrenico-paranoideo , dove il figlio è percepito come il persecutore o come essere da proteggere da un mondo ostile e malvagio ; questi sono i casi in cui è  necessario l’intervento tempestivo dello specialista per il forte rischio di “suicidio allargato” o “suicidio altruistico”.

 

Per concludere vorrei fare qualche piccola notazione di prevenzione e di educazione alla salute mentale, sempre in riferimento alla Depressione post-partum, sia per alleggerire un po’ il tema che per  gettare qualche piccolo seme di speranza.

Innanzitutto i fattori di rischio: quali sono?

La mancanza di un solido supporto familiare(ragazze madri, vedove, donne che vivono in ambienti isolati, lontane dalle loro radici). Come esempio portiamo di nuovo la Franzoni e la differenza per lei tra essere a Cogne da sola e a Monteacuto Vallese circondata da un clan di più di 20 persone.

Eventi stressanti come un lutto, la perdita del lavoro, gravi malattie in famiglia.

Va da sé quindi che una mamma dovrebbe poter contare su un ambiente familiare sereno, sulla collaborazione e vicinanza( ma non solo in sala parto!) del coniuge e di altri familiari, in particolare la madre e dovremmo noi tutti cominciare a sfatare dei falsi “miti” che possono generare frustrazione e forte disagio psicologico. Queste false credenze sono:

1) FARE LA MAMMA E’ ISTINTIVO. Nessuno ha ancora dimostrato l’istinto materno; in realtà si tratta di una attività tra le più complesse che richiede l’apprendimento di molti comportamenti e tecniche, come qualsiasi altra attività umana; quindi è normale se all’inizio si incontrano della difficoltà.

2) IL BAMBINO PERFETTO. Tutte le mamme durante i nove mesi di attesa sognano e si fanno un ritratto ideale del loro bambino che quasi mai coinciderà con la realtà e la frustrazione spesso sarà aggravata dal confronto con gli altri sempre “più buoni e più carini”. E’ una pura illusione.Ogni bambino è un mondo a sé, ha delle sue caratteristiche che già alla nascita lo differenziano dagli altri e dal nostro ideale, per cui bisogna adattarcisi gradualmente. A questo proposito io consiglio sempre di leggere il capitolo dedicato ai Figli dello splendido libro “Il Profeta” di Gibran

3) MAMMA E’ PERFEZIONE. Vale anche qui la regola “nessuno è perfetto”.Gli errori sono ammessi ed è normale non provare all’inizio particolare trasporto affettivo per il neonato. L’affetto e l’amore cresceranno con la confidenza e non ci si deve quindi sentire per questo cattive madri. Il dare alla luce un figlio suscita di per sé sentimenti ambivalenti, perché ambivalente è qualsiasi relazione umana tanto più se presuppone livelli di grande intimità. Tanto più grande è la vicinanza affettiva tanto più è probabile che accanto ai sentimenti positivi convivano sentimenti negativi come aggressività, paura di perdere il proprio spazio e i propri confini personali, paura di affetti tanto coinvolgenti.

Accontentiamoci del concetto espresso da Bion di “madre sufficientemente buona” che è quella madre capace di soddisfare le esigenze primarie di un soggetto piccolo, indifeso, dipendente in un ambiente favorevole e accudente, tale da permetterne lo sviluppo e il superamento di tutte le fasi di separazione, individuazione, imitazione, interiorizzazione delle qualità dei genitori. La buona madre permetterà cosi alla propria figlia di diventare a sua volta una buona madre, attraverso la trasmissione di cure adeguate e corrette che lei ritrasmetterà, forte del ricordo di una relazione primaria madre-figlia positiva e gratificante. Il contrario avverrà tra  una “madre cattiva” e sua figlia e lo abbiamo esaminato parlando della violenza plurigenerazionale.

Tenere presenti questi semplici suggerimenti e poter affrontare il puerperio circondate dall’affetto e dalla presenza rassicurante dei propri cari saranno per le future mamme le migliori armi per prevenire gli eventi psicopatologici del post-partum.

 

In conclusione possiamo dire che, a tutt’oggi, il figlicidio rimane un delitto che suscita allarme sociale e mette in subbuglio la coscienza di ognuno di noi e che, malgrado gli sforzi delle scienze del comportamento umano, nasconde ancora tanti lati oscuri e misteriosi ma nonostante ciò io mi sento di affermare che non tutti gli omicidi delle mamme assassine sono ineluttabili, che anzi molti di essi sarebbero evitabili se solo ci si ponesse con più attenzione e soprattutto con più amore nei confronti di chi manifesta difficoltà o disagi all’interno delle famiglie cosiddette “normali”.

Non bisogna mai vergognarsi di interpellare uno psichiatra se notiamo che nostra moglie o nostra figlia non dorme, diventa improvvisamente taciturna, apatica, abulica e non riesce più a gestire la sua vita quotidiana.








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