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MUSICOTERAPIA
Musicoterapia per l'autismo
Il suono che agisce
Autore: Maria Cristina Garofalo

L’unica volta in cui, approssimativamente, si può dar conto della totale assenza di suono, è prima che organismi viventi uscissero dall’acqua e colonizzassero la terra ferma, rendendo il Pianeta via via sempre più rumoroso… Ma a quell’epoca non c’erano orecchie per sentire!

Non c'è suono più inquietante, anomalo e irriconoscibile all'orecchio umano adulto che quello del battito cardiaco amplificato. Eppure, è il primo suono che, appena formati, gli orecchi captano dall'esterno. Dopo, una volta fuori, non si è in grado di ricordarlo. Eppure, ci siamo sviluppati e cullati in esso.

Quando frequentai il mio primo corso di musicoterapia ad Assisi, questa registrazione amplificata fu usata in modo dirompente subito al primo giorno, per “entrare in situazione” e dinamicizzare il gruppo.

Dopo quello shock tutto il resto fu… spettacolo! Si fa per dire, perché le scoperte non erano che all'inizio.

La dissacrazione del linguaggio musicale da arte ad usum delphini, a mezzo di comunicazione diffuso, pervasivo, decodificato; l'uso di materiali poveri per la costruzione di strumenti; le sonorità insite negli oggetti di uso quotidiano; le partiture giocate e danzate; la manipolazione della voce… e pagine e pagine di sbobinatura a fine corsi.

Immergersi nell'universo sonoro compiutamente e coscientemente, non è automatico né banale. Nelle vibrazioni acustiche, sulle onde sonore, continuiamo a viverci immersi, tanto da averci costruito parole, ma ascoltarne la voce a secco è diverso. Può diventare la chiave d'accesso ad universi impenetrabili, ad ostilità monolitiche; a quel mondo che Bruno Bettelheim definì la fortezza vuota. Solo il suono, per sua natura, e la vibrazione dell'aria, possono passare aldilà della volontà ed entrarci dentro; andare diversamente ed oltre.

Chiamiamo “autismo” quel muro invisibile che solo un mezzo altrettanto immateriale può far crollare, scheggiandolo come una grandinata.

Qualcuno ricorderà senz'altro François Truffaut in Incontri ravvicinati del terzo tipo, che stabilisce il contatto positivo e non aggressivo con i visitatori, usando il metodo Kodaly. Per la prima volta al cinema, gli sparammo addosso note, e non pallottole di vario genere.

Chi abbia pratica di musicoterapia, sa quanto possa essere reale il ponte che, anche attraverso quel metodo, si può gettare con chi non parli linguaggi abituali. E, purtroppo, in questo senso, gli autistici offrono incomprensibilità maggiori ed impotenze ben più frustranti, degli alieni spilberghiani fin troppo comunicativi.

Abitano un universo-mondo molto più isolato di quello marziano, ed inestimabilmente più irraggiungibile. Ma, in questo caso, la fantasia artistica di immaginare mezzi ultraveloci per raggiungerli non è efficace né risolutoria. L'unico veicolo di trasmissione che non fa innalzare immediate resistenze è il suono.

L’approccio transdisciplinare ha garantito la nascita di una didattica sperimentale e di una metodologia di Ricerca/Azione, estremamente efficace per il trattamento di questa sintomatologia con la musicoterapia. Il metodo Kodaly, l'Orff - Schulwerk, in ambito musicale, tanto per citare i più conosciuti, hanno fatto da background. Ma, aldilà delle citazioni e delle bibliografie che se ne possono trarre; dei ringraziamenti che si possono fare ai maestri, resta il fatto, che lo strumento della musica è potente di per sé.

All'inizio della mia carriera professionale, ho lavorato all'interno di équipe psicopedagogiche, ed individualmente, come psicopedagogista usando l'approccio musicoterapeutico in situazione di gruppo normalizzata e, in particolare, con soggetti con diagnosi di presunto o conclamato autismo; altri con forme più o meno accentuate di disagio psicoambientale (denominazione allora molto in voga, che non aggiunge alcuna conoscenza a nessuno dei due termini), nonché con alcuni casi di soggetti cerebrolesi dalla nascita e con non udenti/vedenti.

Mentre sono scontate e prevedibili le reazioni delle ultime tre tipologie, anche solo con un minimo di conoscenza delle caratteristiche del suono e della sua percezione distribuita e pervasiva, così non è per l'autismo.

Non stiamo parlando della tipologia idiot savant, alla Rain Man, ma di bambini di sei o sette anni che non parlano intenzionalmente, in assenza di specifici impedimenti fisiologici, e non si lasciano toccare neppure con gesti involontari. Apparentemente normali, in molti casi dai lineamenti particolarmente graziosi, evitano e temono qualsiasi tipo di contatto diretto, come se potesse contaminarli. Nessun lapsus sensoriale a dare un precario feed-back comunicazionale.

Dal rumore incodificato, alla pausa; dall’assenza di suono alle armonie naturali; dalla musica colta alle litanie popolari, senza gerarchie qualitative; si inizia così, con registri acustici di vario volume, tono ed intensità fino a che non si trova la “password”. È capitato che quelle note e frequenze portate dall’aria facessero volgere lo sguardo verso di te, accennando ad una primordiale forma interlocutoria. Dopo lunghe sedute in cui non succede nulla e, apparentemente, c’è solo il monologo interiore del terapeuta, può accadere che lui/lei raccolga e tocchi lo strumento che ha prodotto il suono. Era l’oggetto di transizione buttato lì in modo dichiarativo ma non richiestivo; intenzionale ma non prescrittivo, per evitare nuove chiusure a riccio. Se lo raccoglie, se lo manipola, è il segnale di una prima accettazione della presenza dell’altro. Prima o poi cercherà di fargli emettere suoni; ne aspetterà altri in risposta, per un dialogo che non sia ancora così compromettente da richiedere il corpo e la propria voce.

La fase difficile arriva adesso: come trasformare la partitura in vita quotidiana? Come far scendere le note dal pentagramma e farne un girotondo? Come trattenere i suoni usciti dagli strumenti e costruirci frasi, dialoghi che siano stabili e normali acquisizioni prossemiche e relazionali? Puoi e devi, qui ed ora, senza por tempo in mezzo, cominciare a costruire. Costruire insieme; senza parlare: il flauto di Pan con le cannucciole, i bonghetti con i fustini di cartone.

Costruire partiture di tonalità specifica, percuotendo lo xilofono, carezzando il tamburello; oppure, più semplicemente, facendo tintinnare un bicchiere con la matita; pizzicando una corda…o attaccando con lo stretch cerchi di pannolenci, come note/grappoli, su un colorato telone/pentagramma, accentuando la piacevolezza del tatto. Soffiare nei richiami degli uccelli per ottenere imitazioni di canto, manipolare quelli di gomma come seni materni inesplorati…

È la fase più delicata, in cui qualsiasi variabile può mandare tutto in frantumi. Se la tecnica e, soprattutto l’empatia stabilita funzionano, finalmente puoi carezzargli i capelli e ricevere un sorriso.

Basta così, è molto più di un ‘Grazie!’ detto ad alta voce.

Bibliografia

"Pragmatica della comunicazione umana", Paul Watzlawick, J.H. Beavin, D.D. Jackson, Astrolabio, Roma, 1997

"La fortezza vuota", Bruno Bettelheim, Garzanti, Milano, 1978

"Orff-Schulwerk. Musica per bambini", Giovanni Piazza, Ed. Suvini Zerboni, Monza, 1979

"La musica come terapia", Juliette Alvin, Armando Armando Ed., Roma, 1968

"Musicoterapia teorica e pratica", Concetta Rosaro, Giunti Barbera, Firenze, 1977

"Scritti sulla musica popolare", Béla Bartòk, Universale Scientifica Boringhieri, Torino, 1977

"Musica e rieducazione", T. Hirsch, Armando Armando Ed., Roma, 1977

"La straordinaria storia della vita sulla terra", Piero e Alberto Angela, A. Mondadori Ed. Milano, 1992

"La fortezza vuota", Bruno Bettelheim, Garzanti, Milano, 1978

"Orff-Schulwerk. Musica per bambini", Giovanni Piazza, Ed. Suvini Zerboni, Monza, 1979. Per ulteriori approfondimenti consultare bibliografia.

Giulia Troversi Cremaschi, Giovanni Piazza, Boris Porena, Mauro Piatti, Pierpaolo Arcangeli, Lucia Pereira….




dal Dizionario della Medicina naturale:




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